Trigliceridi e rischio cardiovascolare

Come influisce un alto tasso di trigliceridi sul rischio cardiovascolare?

 

E’ più “pesante” il livello plasmatico del colesterolo o quello dei trigliceridi, come fattore di rischio cardiovascolare? La risposta è certa: un alto tasso di colesterolo. Ma questo non vuol dire che possiamo trascurare il segnale rappresentato da un aumento di trigliceridi, che indica, spesso, la presenza di una complessa serie di alterazioni del metabolismo.
I trigliceridi, innanzitutto, sono semplicemente i grassi che troviamo in tutti gli alimenti che consumiamo. I grassi del burro, della carne, degli oli, sono tutti, sul piano strettamente chimico, dei tri-gliceridi (formati, cioè, da tre acidi grassi legati al glicerolo). Ma, curiosamente, non sono i grassi alimentari a dovere essere limitati quando i trigliceridi superano i limiti di norma (fissati, in genere, tra 150 e 200 mg/dL): nutrienti cui dobbiamo fare attenzione sono soprattutto i carboidrati e gli zuccheri semplici, perchè il nostro organismo li trasforma in maniera molto efficiente, nel fegato, in trigliceridi, per utilizzarli poi come “riserva di calorie”.

 

Strano? Non molto, se ci pensate: anche per il colesterolo alto è la stessa cosa, è infatti più importante ridurre i grassi saturi, che l’organismo utilizza per “produrre” il proprio colesterolo, che ridurre il consumo del colesterolo “già pronto”, contenuto per esempio nelle uova e nei crostacei.
Ma torniamo ai trigliceridi, ed al loro forte legame con i carboidrati e gli zuccheri alimentari. Una conferma di questo legame viene dallo studio del diabete: nelle persone affette da questa malattia l’organismo non utilizza correttamente il glucosio (lo zucchero “principe” del nostro organismo), ed il fegato, quindi, lo trasforma in trigliceridi.

 

I diabetici, infatti, hanno quasi sempre i trigliceridi alti, e la moderazione nel consumo dei carboidrati e degli zuccheri alimentari ripristina, in genere, normali livelli della trigliceridemia. Attenzione: anche il fruttosio, lo zucchero della frutta, viene trasformato in trigliceridi dal fegato; la frutta autunnale (cachi, fichi, uva) e la frutta esotica (banane in testa), caratterizzate dal più elevato tasso di fruttosio, vanno infatti consumate con cautela quando i trigliceridi sono alti. Simile il discorso per i carboidrati più digeribili (come quelli di patate e pane), che l’organismo scinde rapidamente in glucosio, e per l’alcool, che pure – specie se consumato in dosi non moderate – finisce per essere convertito, dal fegato, in trigliceridi.
Ma cosa sappiamo, esattamente, del contributo di un alto tasso di trigliceridi al rischio cardiovascolare? In realtà, non tutto: alcuni esperti, per esempio, ritengono che un alto tasso di trigliceridi sia pericoloso soprattutto perché si associa, in genere, ad un basso valore del colesterolo “buono” HDL o, come si ricordava, ad un metabolismo degli zuccheri non del tutto corretto, o, ancora, ad un aumento del grasso addominale (la cosiddetta “pancetta”). Alti trigliceridi, in altre parole, sarebbero una sorta di “spia” rossa che si accende sul cruscotto di controllo del nostro metabolismo, segnalando che qualcosa non va, senza essere necessariamente i responsabili dell’aumento del rischio.
Ecco perché la maggior parte degli esperti ritiene che i farmaci per ridurre i trigliceridi vadano usati con molta cautela: una correzione dello stile di vita è quasi sempre preferibile anche perché i risutati sono frequentemente impressionanti, e “crolli” dei trigliceridi del 50, 60, 70% non sono per nulla eccezionali, se ci si mette veramente di impegno.
Ricapitoliamo quindi i capisaldi di uno stile di vita orientato al controllo dei trigliceridi: riduzione del consumo degli zuccheri semplici, degli amidi più digeribili (pane e patate, ad esempio), dell’alcool, della frutta molto zuccherina. Ma anche più attività fisica: il nostro organismo, quando si muove, brucia infatti trigliceridi, per produrre energia, ed un’attività fisica regolare è quindi importante per controllare i trigliceridi sia perché li “consuma” direttamente, e sia perché ci aiuta a controllare il peso corporeo e soprattutto l’eccesso di grasso addominale, riducendo così la frenetica produzione di trigliceridi da parte del nostro fegato.
Dottor Andrea Poli (Nutrition Foundation of Italy)


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